Domenica
15
Novembre 2026
XXXIII domenica del Tempo Ordinario – Anno A
I settimana del salterio
Matteo 25,21
Prendi parte
alla gioia del tuo padrone.
sant’Alberto Magno
san Sidonio

Ascolto

Proverbi 31,10-13.19-20.30-31

Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto.
Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani.
Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero. Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città.

dal Salmo 127

Beato chi teme il Signore.

Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie. Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.

La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa.

Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore. Ti benedica il Signore da Sion. Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!

1 Tessalonicesi 5,1-6.9-11

Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro.
Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri. Dio infatti non ci ha destinati alla sua ira, ma ad ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Egli è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. Perciò confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri, come già fate.

Matteo 25,14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti.
Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Medito

Quante volte, nella fretta delle mie giornate, tra la sveglia che suona troppo presto, il traffico per andare al lavoro e le mille incombenze domestiche, mi dimentico della fiducia che mi è stata data! Leggendo la parabola dei talenti, mi rendo conto che Dio fa proprio questo con me: si fida. L’uomo che parte per un viaggio e consegna i suoi beni ai servi è l’immagine sorprendente di un Dio che non trattiene tutto per sé, ma mette il suo tesoro nelle mie mani, fragili e spesso inesperte.
E la cosa che più mi rassicura è scoprire che questi talenti non sono doti inarrivabili o incarichi riservati. I talenti sono la mia quotidianità: sono le mie relazioni familiari, il mio mestiere, la pazienza di ascoltare un amico in crisi davanti a un caffè, il coraggio di essere onesto in ufficio.
Il Vangelo di oggi mi provoca su una questione per me fondamentale: che immagine ho di Dio? Il terzo servo nasconde il suo talento sottoterra per un motivo ben preciso. Ha paura. Dice al padrone: «So che sei un uomo duro». Questo servo ha un’idea distorta di Dio: lo vede come un ragioniere severo, un controllore pronto a punire ogni minimo passo falso. Questa paura lo paralizza. Quante volte anch’io rischio di vivere la fede in questo modo? Quante volte mi preoccupo solo di “non fare peccati”, di restare pulito e in regola, invece di sporcarmi le mani per amore?

Ma la bella notizia di questa pagina è che il nostro Dio non è affatto così. È un Padre che mi chiede di rischiare, di scommettere sul bene. Mi invita ad avere lo stesso atteggiamento della donna descritta nel libro dei Proverbi: una persona che vive pienamente la sua giornata, che lavora il lino, che prepara, che tesse, e che soprattutto «stende la mano al povero». L’amore di Dio è il vero talento che ho ricevuto in dono; e l’amore, se lo metto in cassaforte per paura di perderlo o di rovinarlo, semplicemente muore. Ha bisogno di circolare, di respirare nelle strade che percorro ogni giorno.

Come mi ricorda san Paolo nella lettera ai Tessalonicesi, noi siamo «figli della luce». Essere vigili, allora, non significa vivere nell’angoscia o guardare con sospetto questo nostro mondo difficile. Al contrario, significa tenere gli occhi ben aperti oggi, sul treno dei pendolari o in fila al supermercato, per cogliere ogni minima occasione in cui far fiorire un po’ di quella luce. La nostra storia è già stata salvata e immensamente amata.
Il Signore non mi ama perché sono bravo a moltiplicare i risultati, o per la perfezione dei miei sforzi. Mi affida i suoi beni perché mi ama da sempre e guarda a me con infinita speranza. E la meta di tutto questo cammino non è un freddo bilancio delle mie opere, ma una festa. Le sue parole sono il desiderio puro di chi ama: «Prendi parte alla mia gioia». La salvezza, alla fine, è scoprire che la nostra piccola vita di ogni giorno è attesa dentro il grande abbraccio di Dio.

Cristina Pastore e Francesco Franzolin