Sotto il cielo della libertà
BIZZO JENNY2025-12-01T11:39:14+01:00Dove la mente non conosce paura e la testa si tiene alta, dove il sapere è libero, a tutti, dove il mondo non è chiuso dalle pareti di una casa,
Dove la mente non conosce paura e la testa si tiene alta, dove il sapere è libero, a tutti, dove il mondo non è chiuso dalle pareti di una casa,
Dostoevskij in una delle sue opere dice: «La bellezza salverà il mondo» e quando compie questa affermazione lo fa avendo l’immagine della pietà in mente: Cristo sofferente e morente è l’immagine della bellezza vera e autentica.
«C’è gente che Dio prende e mette da parte. Ma ce n’è altra che egli lascia nella moltitudine, che non “ritira dal mondo”. […] Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi è per noi il luogo della nostra santità».
L’antica tradizione romana, attestata dal Canone Romano, pone la locuzione «una cum famulo tuo Papa nostro N.» (in comunione con il nostro Papa N.) nella parte antecedente alla Consacrazione, mentre nelle nuove Preghiere eucaristiche romane, questa menzione è successiva alla consacrazione.
Quando ci troviamo di fronte al paesaggio che si apre dopo l’ultimo tornante di una strada di montagna, quando ci perdiamo sotto un limpido cielo stellato, quando ci fermiamo a contemplare un’opera d’arte che ci sorprende o ascoltiamo un’orchestra che suona la nostra opera preferita, facciamo esperienza della bellezza.
«La bellezza salverà il mondo», promette una troppo nota e non meno simbolica e allusiva frase del principe Miškin nell’Idiota di F. Dostoevskij. Al giorno d’oggi, a volte, si può non esserne più così sicuri. La logica che domina la vita sociale, culturale, economica e politica incita alla diffidenza verso l’altro e all’odio rispetto al diverso.
Questa raffinatissima tavola raffigurante la Madonna con Gesù Bambino è opera del grande pittore senese Simone Martini, che la dipinse come parte di un più ampio polittico per la chiesa orvietana di San Francesco.
La canzone del taglialegna, quella dell’aratore mentre il mattino va al lavoro, o nell’intervallo meridiano o al tramonto, Il canto delizioso della madre, o della giovane moglie al lavoro, o della ragazza che cuce o lava.
Sento l’America che canta, sento le tante e diverse carole Quelle degli operai, ognuno che canta la sua come si conviene, gioiosa e forte, Il carpentiere che canta la sua misurando l’asse o la trave,
A quelli che verranno Allora voi, che volgerete lo sguardo verso di noi dalle vette dei vostri tempi splendidi, come chi scruta una valle che non ricorda neppure di avere percorsa: non ci vedrete, dietro lo schermo di nebbie.
C’è silenzio tra una pagina e l’altra. La lunga distesa della terra fino al bosco dove l’ombra raccolta si sottrae al giorno, dove le notti spuntano separate e preziose
Secondo un’antica consuetudine, nella solennità dell’Epifania, dopo il Vangelo, il diacono o il sacerdote o un cantore, dall’ambone dà un annuncio solenne con il canto del Noveritis (dall’incipit latino, che in italiano significa: «Voi sapete...»): è l’annuncio della data della Pasqua e descrive, con un testo pieno di lirismo, il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto quale centro dell’anno liturgico.




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