Venerdì
07
Giugno 2024
Sacratissimo Cuore
di Gesù – Anno B
Efesini 3,14
Io piego
le ginocchia
davanti al Padre.
sant’Antonio M. Gianelli

Ascolto

Osea 11,1.3-4.8-9

Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione.
Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira.

dal Cantico di Isaia 12

Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza.

Ecco, Dio è la mia salvezza; io avrò fiducia, non avrò timore,

perché mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza.

Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza. Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome, proclamate fra i popoli le sue opere, fate ricordare che il suo nome è sublime.

Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse, le conosca tutta la terra. Canta ed esulta, tu che abiti in Sion, perché grande in mezzo a te è il Santo dIsraele.

Efesini 3,8-12.14-19

Fratelli, a me, che sono l’ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo e illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell’universo, affinché, per mezzo della Chiesa, sia ora manifestata ai Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, secondo il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, nel quale abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui.
Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito.
Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.

Giovanni 19,31-37

Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Medito

Le ginocchia, che portano il peso del nostro corpo, simboleggiano l’andare avanti nella vita, l’avanzare, perché quotidianamente sostengono i passi che una persona fa. Quando l’articolazione si indolenzisce o non riesce più a oliare come dovrebbe, ci si ritrova a fare piccoli passi strascicati. Uno dei tanti modi di dire dei nostri nonni era infatti: «le ginocchia non mi portano più», come se tutto dipendesse da loro. Per gli sportivi, se pensiamo in particolar modo a calciatori o sciatori, le ginocchia sono determinanti per una longeva carriera agonistica e molto spesso gli interventi chirurgici a seguito di un infortunio non sono efficaci e non garantiscono prestazioni performanti al rientro.

La genuflessione è diventata nei secoli segno di attenzione e di devozione, un gesto di riverenza nei confronti di ciò che è sacro, un gesto di riguardo nei confronti di qualcuno di importante e degno di rispetto. Un linguaggio del corpo universale, che predispone all’incontro con qualcosa o qualcuno di pregiatissimo valore. Si pensi all’incoronazione di un reale, a una proposta di matrimonio o ai gesti delle nostre celebrazioni. La consacrazione durante la messa o il sostare davanti al Santissimo sono dei momenti che richiedono di esprimere, anche fisicamente, l’adorazione verso Dio e l’unione con lui e inginocchiarsi non è solo un automatismo, ma predispone al contatto più intimo con il Signore. San Paolo scrive agli Efesini che «piega le ginocchia davanti al Padre» e non lo fa come gesto di rassegnazione, ma con speranza, affidandosi completamente, rafforzando il proprio animo. Quasi fosse un’ammissione, dell’impotenza umana di fronte al divino, perché senza la guida di Dio non si va da nessuna parte. Inginocchiarsi non è un sinonimo di debolezza o sconfitta, non è arrendersi alla vita e alle sue difficoltà, come un cavaliere in battaglia o un soldato in guerra, ma è una ripartenza. 

Si ricomincia toccando con le ginocchia la terra, ovvero il luogo da cui tutto ha origine, in cui sono piantate radici più o meno profonde, ma con lo sguardo proiettato verso il cielo. Dal basso però, la prospettiva è completamente diversa, è la stessa con cui Gesù ha guardato i suoi discepoli durante la lavanda dei piedi. L’umiltà di partire dal basso, senza giudicare e senza sentirsi invincibili o inattaccabili. Un po’ come in atletica, quando ai blocchi di partenza ci si posiziona con un ginocchio che tocca la pista, per concentrarsi prima dello scatto inziale. Ogni corsa richiede allenamento, concentrazione e ginocchia buone, che possano sostenere la fatica, ma soprattutto far avanzare verso il traguardo, consapevoli che una volta arrivati, un ringraziamento alzando lo sguardo al cielo, che rassicura e protegge, è doveroso!

Liana Benvegnù