PARADOSSI CHE ILLUMINANO
BIZZO JENNY2026-08-23T17:22:04+02:00Nel ciclo di vetrate istoriate che adorna la chiesa di Sant'Alberto Magno a Padova, Amleto Sartori fissa nel vetro l'immagine di una croce luminosa.
Nel ciclo di vetrate istoriate che adorna la chiesa di Sant'Alberto Magno a Padova, Amleto Sartori fissa nel vetro l'immagine di una croce luminosa.
Sant'Alberto Magno a Padova compare un flagello, simbolo delle sofferenze inflitte a Gesù durante la Passione. I Vangeli raccontano questo momento con poche parole: «Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare» (Gv 19,1).
Al centro della missione c’è il mistero dell’unione con Cristo. Prima della sua Passione, Gesù ha pregato il Padre: «Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi» (Giovanni 17,21). In queste parole si svela il desiderio più profondo del Signore Gesù e, al tempo stesso, l’identità della Chiesa, comunità dei suoi discepoli: essere una comunione che nasce dalla Trinità e che vive della e nella Trinità, a servizio della fraternità tra tutti gli esseri umani e dell’armonia con tutte le creature.aC’è un’immagine potente nel Vangelo di Matteo che per anni ha accompagnato i passi, le fatiche e le speranze del nostro cammino nel Rione Sanità: la parabola dei due figli invitati dal padre a lavorare nella vigna. Il primo dice un “no” secco, istintivo, specchio di un moto di rifiuto, ma poi ci ripensa, si pente e va a lavorare; il secondo, al contrario, risponde con un “sì” formale e impeccabile, ma resta fermo.
C’è un dettaglio singolare tra i vetri istoriati della chiesa di Sant’Alberto Magno a Padova, realizzati nel 1957 da Amleto Sartori: un piccolo tondo raffigura un panno macchiato. È la reliquia della Veronica, nome derivato dall'unione tra il latino vera e il greco eikon, ossia “vera immagine”.
Entrando nella chiesa di Sant’Alberto Magno a Padova, lo sguardo viene catturato dalla luce che attraversa i numerosi oculi della facciata. Sembrano piccole perle luminose incastonate nel cemento.
A tutti i cercatori del tuo volto mostrati, Signore; a tutti i pellegrini dell’assoluto, vieni incontro, Signore;
Cristo, oggi, non ha più le mani ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro. Cristo non ha più piedi ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri.
Potessimo cantando passare il vigoroso e soave martirio, e nessuna di queste paci lasciare intatta, cantare alla «beata speranza»: oltre ogni possesso liberi e leggeri come gazzelle nel deserto!
E fu per la bianca corsia un verde apparir di vigneti pampinei, nell’oro del sole d’ottobre: un cadere di grappoli d’uve ben gonfi, ben densi di vivido succo, dolce sangue, dolce miele, per entro i capaci canestri.
Al centro della missione c’è il mistero dell’unione con Cristo. Prima della sua Passione, Gesù ha pregato il Padre: «Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi» (Giovanni 17,21). In queste parole si svela il desiderio più profondo del Signore Gesù e, al tempo stesso, l’identità della Chiesa, comunità dei suoi discepoli: essere una comunione che nasce dalla Trinità e che vive della e nella Trinità, a servizio della fraternità tra tutti gli esseri umani e dell’armonia con tutte le creature.
Il profeta Isaia racconta di un vignaiolo che prepara con cura la sua vigna: dissoda il terreno, toglie le pietre, pianta viti pregiate, costruisce una torre e scava un tino. Nulla è lasciato al caso. Eppure, al momento della vendemmia, i frutti attesi non arrivano (Isaia 5,1-7).
«Il mio Piano combatte il sistema d’entrare di colpo nel centro, come si pratica nelle altre Missioni, e stabilisce invece il principio: rigenerazione dell’Africa coll’Africa».




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