Le parole della liturgia | Ottobre 2026

Comunione

 Comunicando al corpo e al sangue di Gesù Cristo, possiamo entrare sempre di più in un altro ordine di idee: quello della comunione. Noi diciamo che “facciamo la comunione” e proprio di questo si tratta. Questa espressione indica l’atto di mangiare l’ostia consacrata e, inscindibilmente, di collaborare con la Grazia per far crescere le relazioni di comunione.
«Comunione significa che la barriera apparentemente invalicabile del mio io viene infranta e può essere infranta poiché Gesù per primo ha voluto aprire tutto sé stesso, ci ha tutti accolti dentro di sé e si è dato totalmente a noi. In questo modo l’Eucaristia edifica la Chiesa, aprendo le mura della soggettività e radunandoci in una profonda comunione esistenziale» (J. Ratzinger, La Chiesa. Una comunità sempre in cammino, San Paolo). Qui si verifica qualcosa di grande, perché se mangio il pane, la sostanza del pane diventa me, diventa la mia sostanza, perché io assimilo il pane. Ma se noi mangiamo il pane dell’Eucaristia, quello che accade è il contrario: siamo noi ad essere assimilati alla sua sostanza. Se mangiamo del suo corpo, diventiamo un solo corpo con lui. San Giovanni Crisostomo diceva: «Che cos’è il pane consacrato? Corpo di Cristo. E che cosa diventano coloro che si comunicano? Corpo di Cristo. Non molti corpi: un Corpo solo, quello di Cristo».
Il Messale precisa: «Si desidera vivamente che i fedeli, come anche il sacerdote è tenuto a fare, ricevano il Corpo del Signore con ostie consacrate nella stessa Messa e, nei casi previsti, facciano la comunione al calice, perché, anche per mezzo dei segni, la comunione appaia meglio come partecipazione al sacrificio in atto» (OGMR 85).
L’Eucaristia produce la Chiesa: il pane e il vino vengono consacrati e trasformati nelle specie eucaristiche proprio per creare questa comunione.

Elide Siviero