Lunedì
14
Settembre 2026
Esaltazione
della Santa Croce
Giovanni 3,16
Perché chiunque crede in lui
non vada perduto, ma abbia
la vita eterna.
san Gabriele T. Dufresse

Ascolto

Numeri 21,4-9

In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero».
Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì.
Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra unasta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

dal Salmo 77

Non dimenticate le opere del Signore!

Ascolta, popolo mio, la mia legge, porgi l’orecchio alle parole della mia bocca. Aprirò la mia bocca con una parabola, rievocherò gli enigmi dei tempi antichi.

Quando li uccideva, lo cercavano e tornavano a rivolgersi a lui, ricordavano che Dio è la loro roccia e Dio, l’Altissimo, il loro redentore.

Lo lusingavano con la loro bocca, ma gli mentivano con la lingua: il loro cuore non era costante verso di lui e non erano fedeli alla sua alleanza.

Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa, invece di distruggere. Molte volte trattenne la sua ira e non scatenò il suo furore.

Giovanni 3,13-17

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Medito

Il dialogo tra Gesù e Nicodemo tocca corde profonde, ci costringe a farci domande impegnative sul senso della nostra vita personale e, alzando lo sguardo, sul senso della storia dellʼumanità. Sul piano personale, leggiamo una promessa di vita eterna. Questa rimane un mistero, perché siamo ben consapevoli di quanto impatti sulle nostre vite il decadimento fisico e di quanto sia impercettibile, negli ultimi giorni dellʼesistenza, lʼalito che separa una persona vivente da un corpo senza vita.
Lʼinvito che oggi cogliamo dalle parole di Gesù è quello di credere, di avere fiducia che la morte non è fine ma passaggio ad unʼaltra manifestazione di una stessa vita. Come abbiamo fiducia in un seme, che allʼapparenza è morto ma che ha in sé la vitalità di generare una nuova pianta, così siamo invitati ad aver fiducia in un futuro personale che troverà manifestazione in modalità che non abbiamo alcun modo nemmeno di immaginare. 

Nell’ultimo versetto del Vangelo di oggi cʼè poi un passaggio dalla dimensione personale a quella collettiva: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». Questa è una buona notizia: il mondo si salva per mezzo di lui. Ci dice che non ha senso arrogarci il ruolo di salvatori del mondo, ma allo stesso tempo ci suggerisce di modificare il nostro sguardo sul mondo. Non viviamo tempi belli: percepiamo tutte e tutti la pesantezza di una situazione internazionale in cui non sono più di moda parole come pace, inclusione, accoglienza, solidarietà, in cui si è sdoganata la violenza come modo di risolvere i conflitti, in cui si parla di remigrazione come di spazzatura di cui liberarsi, in cui la guerra è alle porte di casa e si è persa la fiducia nel diritto e nelle istituzioni sovranazionali.
Ma è questo mondo, non un altro, che è oggetto di salvezza. La nostra responsabilità è quella di giocare la nostra parte, di avere uno sguardo non di distacco ma di empatia, di mettersi dalla parte del seminatore che non ha pretese che tutto quello che semina porti frutto ma ha fiducia che quel poco che crescerà sarà abbondanza di vita.

In che modo possiamo nelle nostre giornate essere parte di questa prospettiva di salvezza? Di minima possiamo porre attenzione al nostro parlare e a quello che scriviamo, perché le parole creano cultura e diffondono pensiero.
Dalle parole possiamo poi passare al fare: azioni buone, gesti di gentilezza, sguardi attenti, capacità di ascolto. E ancora, possiamo rispondere alle responsabilità che ci sono affidate negli ambienti quotidiani familiari e di lavoro con maggiore responsabilità ma anche con maggiore leggerezza: la promessa che tanto le nostre vite quanto questo mondo sono salvati ci apre sempre e comunque ad un orizzonte ampio di speranza e di fiducia, che è bello condividere e che può diventare, in senso positivo, anche contagioso. 

Francesca Benciolini e Tino Cortesi