Le parole della liturgia | Agosto 2026

Il Rito della pace

Terminata la dossologia dopo il Padre Nostro, il sacerdote innalza la preghiera: «Signore, Gesù Cristo…» che riprendendo le parole del Vangelo: «Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace» (Giovanni 14,27), chiede i doni dell’unità e della pace per la Chiesa stessa, che sono il frutto della comunione che si sta per compiere. Alla preghiera seguono l’augurio di pace e lo scambio effettivo della pace.
Dal punto di vista teologico, il termine pace esprime sinteticamente i frutti della Pasqua di Gesù, comunicati alla Chiesa nel convito eucaristico. Il gesto dello scambio della pace appartiene allo strato più antico dello sviluppo del Rito della Messa, poiché è testimoniato già da Giustino nel II secolo. È interessante notare che il Rito Ambrosiano, insieme con la quasi totalità delle Liturgie Orientali, lo ha mantenuto nella sua collocazione originaria, cioè in apertura della Liturgia eucaristica, prima dell’Offertorio. A Roma, probabilmente nel V secolo, il Rito della pace venne spostato fra la Preghiera eucaristica ed il Rito della Comunione, mantenendo il carattere originario di preparazione all’Eucaristia, ma illuminandolo con la luce stessa del sacramento di cui è il frutto (cfr. 1 Corinzi 10,17). Si tratta di un segno, non c’è bisogno di dare la mano a tutti i presenti. Tuttavia, proprio perché è un simbolo liturgico, non è solo informativo, non rappresenta vagamente la pace, ma è anche performativo, realizza ciò che fa: ci si dona realmente la pace, che non è la nostra pace, ma la pace di Cristo che viene dalla comunione perfetta della Santissima Trinità. Nessun canto accompagna il gesto: andrebbe compiuto sobriamente con i vicini di posto, senza fare confusione per non trasformare questo momento in un carnevale gioioso, cosa che non ci aiuta a prepararci interiormente alla comunione.  

Elide Siviero