Le parole della liturgia | Maggio 2026

Amen

La Preghiera eucaristica si conclude con la grande dossologia al termine della quale l’assemblea proclama il suo Amen, un solenne sì a Dio. In questo Amen, che dovrebbe risuonare come il grido “gol” allo stadio, annunciamo di credere in ciò che è stato detto, uniamo noi stessi alla preghiera, ci impegniamo a realizzare ciò che essa significa. Il termine abbraccia una vasta gamma di significati. Include l’idea di verità, di stabilità, di fondamento sicuro, di roccia solida, di fedeltà, di confidenza: è avere fiducia, credere in qualche cosa. La fede in Dio è mantenersi uniti a Lui, solido appoggio per la vita. Amen evoca l’idea di stare saldi. Credere non significa solo conoscere dei principi, ma abbandonarsi con fiducia al senso che sostiene me e il mondo, accoglierlo come il solido fondamento su cui io posso stare senza timore. È comprendere la nostra esistenza come una risposta a una parola, il Verbo di Dio, che sostiene e mantiene tutte le cose. La fede cristiana comporta la scelta per cui l’invisibile è più reale del visibile e quindi il riconoscimento del primato dell’invisibile come l’autentico reale che ci sostiene e ci permette di affrontare con una distaccata pacatezza il visibile.
Dire Amen è dare l’assenso alla parola Credo, cioè al fatto che noi ci abbandoniamo a questo Dio che si è rivelato. «Dal suo letto tutto bianco, sentendo la morte, Wojtyla spossato e smagrito si era voltato verso la finestra. Terminata la preghiera dei fedeli – ha spiegato Cielecki – il Papa ha fatto un grandissimo sforzo e ha pronunciato la parola “Amen”. Un istante dopo è morto». (Marco Politi, La Repubblica, 3 aprile 2005). La liturgia cristiana ha fatto propria questa espressione e adesione di fede in Dio, roccia sicura su cui con il nostro libero assenso (Amen, appunto!) siamo fondati. 

Elide Siviero